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¡A los botes salvavidas! Es la ‘corrusión’…

El mar picado, y nos acordamos lejanamente del Barco K de los mapas del tiempo.

La zona estanca con vías de agua imposibles de achicar, y dicen parece que marejadilla.

¡Es la corrupción, la corrupción!

– Pues dos manos de minio al caso, … lo mejor para la corrosión, contestan.

¡Es la corrupción, la corrupción! , y se oye entre la multitud:

– Que Lance Armstrong devuelva los maillots.

¡La corrupción, la corrupción, la corrupción!

– ¡A los botes salvavidas!

Ahora sí,; es la ‘corrusión’ …

J.C.G.

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Roberto Benigni legge l’articolo 1 della Costituzione italiana

Roberto Benigni legge l’articolo 1 della Costituzione italiana 

« L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. »

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Piero Calamandrei: Discorso sulla Costituzione all’Università di Milano. 26 de gennaio 1955

Piero Calamandrei Discorso sulla Costituzione agli studenti di Milano 26 de gennaio 1955

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La gentileza del Dr. Marcilio Franca, Professor Adjunto I del Centro de Ciências Jurídicas da Universidade Federal da Paraíba, Professor del cuadro permanente del Programa de Pós-Graduação em Ciências Jurídicas da UFPB y Procurador-Geral do Ministério Público junto al Tribunal de Contas do Estado da Paraíba, nos facilita la posibilidad de disponer del texto de este discurso, albergado en la web http://www.memoteca.it/ , y a cuya lectura animo con fervor.

J.C.G.

Accesible en PDF:

http://www.memoteca.it/upload/dl/Appunti_di_Storia_Contemporanea/Piero_Calamandrei.pdf

El contenido es el que aquí transcribo:

Piero Calamandrei

Discorso sulla Costituzione

Milano, 26 gennaio 1955

L’art. 34 dice: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi piú alti degli studi». Eh! E se non hanno mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il piú importante di tutta la costituzione, il piú impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice cosí: «E compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo – «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

È stato detto giustamente che le costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito, è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» riconosce con questo che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.

Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.

«La politica è una brutta cosa», «che me ne importa della politica»: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: «Ma siamo in pericolo?», e questo dice: «Se continua questo mare, il bastimento tra mezz’ora affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda!». Quello dice: «Che me ne importa, non è mica mio!». Questo è l’indif-ferentismo alla politica.

È cosí bello, è cosí comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io! Il mondo è cosí bello, ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.

Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946: questo popolo che da 25 anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Ricordo – io volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.

«La politica è una brutta cosa», «che me ne importa della politica»: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: «Ma siamo in pericolo?», e questo dice: «Se continua questo mare, il bastimento tra mezz’ora affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda!». Quello dice: «Che me ne importa, non è mica mio!». Questo è l’indif-ferentismo alla politica.

È cosí bello, è cosí comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io! Il mondo è cosí bello, ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.

Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946: questo popolo che da 25 anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventú, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in piú, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.

Ora, vedete – io ho poco altro da dirvi –, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.

Quando io leggo, nell’art. 2, «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», o quando leggo, nell’art. 11, «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie, dico: ma questo è Mazzini, questa è la voce di Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, «tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour; o quando io leggo, nell’art. 5, «la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, «non è ammessa la pena di morte», ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.

Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lí, o giovani, col pensiero perché lí è nata la nostra costituzione.

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50 aniversario de la muerte de Jean Cocteau (1963-2013)

Jean Cocteau

El cordón umbilical

Prólogo y notas de Alfredo Taján

Traducción de Antonio Álvarez

Ilustrado con dibujos de Cocteau

Desplegable interior a todo color

Editorial Confluencias (Col. Hispaniola)/ Instituto Municipal del Libro/

Fundación Picasso Museo Casa Natal,

Málaga, 2012, 137 pp.

Isbn: 978-84-938446-9-1

Adentrarse en la personalidad y en la producción artística de Jean Cocteau (Maisons Lafitte 1889 – Milly-la-Forêt 1963) significa vivir dentro de un sueño que, de pronto, se convierte en realidad. Él mismo se definió: soy la mentira que dice siempre la verdad. El trabajo fue el verdadero opio de Jean Cocteau, y su secreto artístico, pesado y grave, continúa dormitando en una recámara de difícil acceso. Injustamente acusado de diletante, detrás del cínico poseur se percibe el semblante sufriente de un poeta trágico cuyo arte poliédrico está conectado con la misma esencia. Este año 2013 se cumple el cincuenta aniversario de la muerte del Príncipe de los Poetas, valga su onomástica para hacer aún más relevante la edición de Le cordon ombilical, redactado en Marbella en 1961, donde Cocteau efectúa comentarios fulminantes de figuras como Picasso, Diaghilev, Stravinsky, Unamuno, Chaplin, Jean Marais, Panamá Al Brown, Edith Piaf, entre otros, y sobre todo, donde define a nuestro país como un poeta y reflexiona sobre el flamenco y los españoles.

Alfredo Taján

Director del Instituto Municipal del Libro de Málaga

El cordón umbilical, un diálogo agónico

La poesía –incuso para quienes la consideran un lujo inútil y asocial– representa una forma de privilegio, por lo tanto de injustcia, que en secreto envidian quienes la condenan. Para que las cosas sean menos confusas, digamos que las Letras presentan, desde hace varios siglos, un antagonismo feroz entre los escritores que nacen con ese terrible privilegio y aquellos a quienes los celos les llevan a creer que se obtiene artificialmente e imaginan, a menudo, que pueden alcanzarlo.

Jean Cocteau

El cordón umbilical

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Me hago, tras el en vilo acechante del furtivo y la rapidez de su escape, con un ejemplar de esta edición, sólo desde el viernes pasado en librerías. Ahora la disfruto y la comparto; esto último, claro, en comunión virtual, pues todo ardor de colectivización se me enfrió en el descontento de algún invierno, que en mis exfoliados almanaques podría ser un otoño, o también primavera.

Este libro es de verano marbellí, es diario en la Costa del Sol –“escribo estas notas en Marbella, en la costa andaluza”- y es futuro trunco, porque representa un comienzo en ir haciendo las maletas –un mundo, en realidad– de la memoria. Cocteau se concilia con ella, y temporiza –muy distinto de transigir, que es contemporizar– los personajes que fueron, y en 1953 eran todavía, la ropa, también a veces el disfraz, de la vida vivida. En ese vestuario incluía atuendos cómodos, indumentarias de festín, prendas de temporada y fondo de armario. Los personajes de nuestras vidas son esas vestimentas; y calculo con precisión la ambigüedad de la frase recién escrita.

Este libro fue una penúltima oportunidad que en 1962, un año antes de su muerte, se permitió Cocteau a sí mismo autorizando que Plon lo publicada en su colección ‘Yo y mis personajes’. Cocteau se contemplaba frente al espejo azulsalino de la Mar bella ataviado con los ropajes de su biografía: sus personajes, ternos variadísimos. De un boseador como Panamá Al Brown, del trino gurural de Edith Piaf, de la rusofilia parisina con Diaghilev, del actor Jean Marais, de Jean Genet –poète et voleur (y qué tan poco leído su Diario del ladrón, ahora ya en castellano)–, de los silencios musicales de Stravinsky, o del Quijote Unamuno –repito esto con milimétrica vaguedad–, y es natural de Picasso –.no sin algún arreglo de sastrería–, y asimismo de afectiva ternura del Chaplin irónico.

La edicion de 2012 que aquí comento ofrece un sensible libro; es agradable al tacto, la mirada, y huele a nuevo.

Su novedad es la primicia de su curso editorial en España, que merece bienvenida y elogio.

Al tacto compite con el “pur-fil Lafuma des papéterie Navarre” del primer bicentenar parisino impreso, y se ofrece en papel Gardapat y cartulina Fabria, de buen gramaje.

A la mirada, ampliamente aventaja la edición de Allia (Paris, 2003, 80 pp. ISBN: 2-84485-125-8); ya desde cubierta se relega la tentación –no siempre invencible en todas las editoriales del país– por reproducir un diseño, en este caso más propio de establecimientos de material eléctrico, y elige con buen gusto uno propio con la entrega de un aovado retrato -1921- que emula al toledano caballero de la mano en el pecho, si bien engolado de bufanda; tributo a una elegancia al filo del dandismo.

Del interior, por número de páginas e ilustraciones, esa distancia ya ganada tiende al infinito. Un lujo la recuperación impagable de los tres paneles que hicieron decoración en la tienda marbellí de su amiga Ana de Pombo, uno de ellos –Flamenco– al término de ojeo, sellando las hojas con lámina de estado plegado, magnífico.

Y por colofón un aforismo, o mejor un memorando “Lo que los demás rechazan de ti, cultívalo. Eso eres tú”.

Salvamento gozoso, pues, éste de letra memoriosa, de imagen varia, que otras solemnidades han de envidiar, y ni con dificultad acariciarán. Un ejemplo de gestión editorial. Un triunfo para mi biblioteca.

J.C.G.

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DROIT ET CINÉMA. El mundo laboral

Magalie Flores-Lonjou (dir.)

Le travail, entre droit et cinéma

Préface d’Alain Supiot

Presses Universitaires de Rennes (Collection: L’univers des normes), 2012, 186 pp.

ISBN : 978-2-7535-2076-9

Qu’il soit vécu comme libérateur ou contraignant, le travail est omniprésent dans nos sociétés alors même qu’il peut y être insuffisant voire absent. Cet ouvrage a pour objectif de mesurer la portée à la fois cinématographique et juridique du travail. En effet, le cinéma n’hésite pas à se saisir du travail pour en révéler la diversité – travail agricole, industriel, tertiaire -, la complexité et la violence.

Par le truchement de la caméra, le 7e art s’empare du travail en nous faisant passer de la comédie au thriller ou encore du documentaire au film de guerre. Le contrat de travail, symbole de la relation nouée entre le salarié et l’employeur, rappelle la dimension juridique du travail. Celui-ci s’inscrit en effet dans un ensemble de règles à la fois contraignantes et protectrices dont la représentation est un défi pour le cinéma.

Embauche, licenciement, conflits du travail constituent donc le moyen pour celui-ci d’évoquer le droit social. Mais le cinéma repousse aussi les frontières de ce dernier, nous invitant à voir dans » le contrat du tueur un contrat de travail comme les autres «. Miroir de la société qu’il capture, le cinéma apparaît comme le révélateur du contexte politique et idéologique dans lequel s’inscrivent les réalisateurs.

Qu’il se fasse dénonciateur de l’inhumanité du travail ou qu’il soit porteur d’espoir, le cinéma dévoile les évolutions du travail et du droit. Ainsi, le travail, tant à l’écran qu’en coulisses, fait du cinéma un instrument de recherche en droit social.

Table des matières

Les auteurs

Sigles et abréviations

Alain SUPIOT

Préface

Agnès de LUGET et Magalie FLORES-LONJOU

Prolégomènes

Première partie

Le travail, entre matériau et défi cinématographiques

Jean-Marie TIXIER

Du militarisme démocratique ou du danger de laisser la guerre

à ceux qui en font le métier

Richard VIDAUD

Le travail dans l’âge d’or de la comédie américaine :

hiatus ou relecture ?

Marie-France MAZARS

Le lien de subordination dans l’oeil de la caméra

À propos du film Ressources humaines de Laurent Cantet

Seconde partie

Le cinéma, un instrument de recherche en droit social

Françoise THIBAUT

Le cinéma italien… cinéma européen comparé…

le travail des enfants

Lionel MINIATO

Les évolutions du droit du travail et le monde de l’entreprise

vus par le cinéma français (de 1981 à nos jours)

Xavier DAVERAT

Working class zero

Conclusion

Ève LAMENDOUR

Le travail du film.

Réflexions sur la place du chercheur face à la fiction

Filmographie par titres de films

Filmographie par réalisateurs

Bibliographie

Magalie Flores-Lonjou est Maître de conférences en droit public à l’Université de La Rochelle. CEREGE LR-MOS, est coorganisatrice des rencontres Droit et cinéma et co-animatrice du blog Droit et cinéma : regards croisés

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«Kelsen e o Direito Internacional». Conferencia en la Universidad Federal de Paraiba (Brasil).

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Prior to joining UNIVERSITY OF NEW ENGLAND, Dr Quirico was a Marie Curie Fellow at University Panthéon-Assas (Paris, France), Max Weber Fellow at the European University Institute (Florence, Italy), and Visiting Fellow at the Lauterpacht Centre for International Law (Cambridge, UK). He was also a Lecturer at University Lille Nord de France and delivered undergraduate and postgraduate courses at Washington State University (Pullman, US), Federal University of Paraiba (João Pessoa, Brazil), Federal University of Porto Alegre (Brazil), and at the United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute (Turin, Italy). Dr Quirico practiced in civil and criminal litigation in Italy

CV Prof. Dr. Ottavio Quirico,

http://www.une.edu.au/staff/oquirico.php

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Me complace colaborar a la difusuón de esta actividad organizada por el Prof. Dr. Marcilio Toscano Franca Filho, de cuya amistad me honro.

El Prof. Franca, Doutor en Direito por la Faculdade de Direito da Universidade de Coimbra (Portugal) y Pós-Doutor en Direito por el Instituto Universitário Europeu (Florença, Itália), es en la actualidad Professor Adjunto I del Centro de Ciências Jurídicas da Universidade Federal da Paraíba, Professor del cuadro permanente del Programa de Pós-Graduação em Ciências Jurídicas da UFPB y Procurador-Geral do Ministério Público junto al Tribunal de Contas do Estado da Paraíba. Asimismo Parecerista ad hoc de la CAPES y miembro del UNDP Democratic Governance Roster of Experts in Anti-Corruption. Sus líneas de investigación son Direito Constitucional, Direito Administrativo, Direito Financeiro, Direito Econômico Internacional, Direito Comunitário y Teoria Geral do Direito.

CV Prof. Dr. Marcilio Franca

http://buscatextual.cnpq.br/buscatextual/visualizacv.do?metodo=apresentar&id=K4797467Y0

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DROIT ET CINÉMA. Sobre infancia y jóvenes

Agnès de Luget & Magalie Flores-Lonjou (eds.)

L’enfant, le droit et le cinéma

Préface d’ André Giudicelli

Presses Universitaires de Rennes (Collection L’univers des normes), 2012, 270 pp.

ISBN : 978-2-7535-1836-0

L’enfant, être par définition innocent et fragile, fascine tant le monde littéraire et cinématographique que l’univers juridique. Nos recherches tendent dès lors, à concentrer le regard sur l’apport mutuel du cinéma et du droit à la thématique de l’enfant. L’enfant, promesse d’avenir, adulte en devenir, suscite une protection adaptée à ses caractéristiques intrinsèques. L’image de l’enfant a alors souvent laissé place, dans les consciences collectives, à une représentation iconique et sacrée de l’enfant.

Toutefois, le 7e art a su dépasser cette représentation sage et innocente d’un être vulnérable. Derrière les traits angéliques d’adorables bambins, se profilent aussi des êtres maléfiques et pervers envers lesquels la société a un devoir de protection. En cela, le cinéma se veut également le témoin d’une société en souffrance, impuissante au regard d’enfants qui par nature appelaient sa protection.

De fait, le cinéma, en portant la figure, puis la parole de l’enfant à l’écran, ancre la place du mineur au coeur de nos sociétés. Les nombreux paradoxes qui entourent l’enfant dessinent un statut de l’enfant qui se révèle à travers les filmographies, françaises et étrangères. Si le cinéma ne peut confirmer l’existence d’un profil universel de l’enfant tant les spécificités nationales demeurent prégnantes, il n’en demeure pas moins qu’à l’instar du droit, le 7e art met en relief la dualité du statut juridique de l’enfant et le déplacement du curseur de l’enfant à protéger vers l’adulte en devenir, titulaire de droits propres.

L’ouvrage augure ainsi d’une richesse thématique et d’une variété d’oeuvres étudiées qui décryptent l’enfant dans tous ses états.

Sommaire

L’ENFANT, LE DROIT ET LE CINÉMA : TROIS APPROCHES COMPLEMENTAIRES

Sommes-nous en présence d’un enfant universel en droit et au cinéma ?, Magalie-Flores-Lonjou et Agnès de Luget

Cinéma et école : petit flash back historique, Jean-Marie Tixier

L’enfant star, Jean Tulard

L’ENFANT : DE L’ECRIT A LA PELLICULE

Réflexion sur la culpabilité de l’enfant à l’écrit et à l’écran, Richard Vidaud

Mickybo and Me de Terry Loane : une adaptation cinématographique de la pièce de théâtre Mojo Mickybo d’Owen McCafferty, Brigitte Bastiat et Franck Healy

La dé-construction identitaire et sociale ou l’enfant dans les films de science-fiction de Spielberg, Danièle André

Une approche du western : les fondations sous le regard politique de l’enfant, Xavier Daverat

LE CINEMA ET LA PAROLE DE L’ENFANT

Les enfants de Louis Malle ou l’enfant chez Louis Malle, Françoise Thibaut

De la mise en récit d’un crime à sa mise en scène : l’affaire Pierre Rivière, Lionel Miniato

Dialogues et silences d’adolescents sous main de justice (Des 400 Coups à La vie de Jésus), Laurence Bellon

La justice et les mineurs à travers les images de prison au cinéma, Barbara Villez

De l’enfant des favelas au mineur délinquant : l’enfance marginalisée dans le cinéma brésilien, Rémy Lucas

LE CINEMA REVELATEUR D’UN STATUT JURIDIQUE DE L’ENFANT

La figure de l’instituteur au cinéma : la mise en scène de la pédagogie, Gauthier Jurgensen

La Chine est encore loin, Jean-Marie Tixier

La figure de l’orphelin, à partir de Versailles de Pierre Schoeller, Carole Desbarats

Holy Hola, Une vie toute neuve : Deux films sur l’adoption internationale, ou les tribulations du droit à la recherche du bonheur, Serge Sur

Conclusion, Emmanuel Aubin et Jean-Marie Tixier

 

Magalie Flores-Lonjou et Agnès de Luget sont maîtres de conférences en droit public à l’université de La Rochelle, Centre de recherche en sciences de gestion La Rochelle – Management, Organisation et Sociétés (CEREGE LR-MOS).

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Es oportuno recordar el origen de esta publicación, que remonta al Programme des IIIèmes rencontres Droit et cinéma : regards croisés consacrées à l’enfant, le droit et le cinéma (La Rochelle, 3 et 4 juillet 2010).

Aquél, algo más amplio que lo finalmente recopilado ahora, fue el siguiente:

«L’ENFANT, LE DROIT ET CINÉMA»

La Rochelle, les 3 et 4 juillet 2010

Les débats se tiendront à l’Université de La Rochelle

Pôle Communication, Multimédia et Réseaux

44 Avenue Albert Einstein

SAMEDI 3 JUILLET 2010

10h15 : accueil des participants

10h45 : allocutions de bienvenue

– Monsieur Maxime Bono, député maire de La Rochelle

– Madame Hélène de Fontainieu, présidente de l’association du Festival International du Film de La Rochelle

– Madame Catherine Benguigui, vice-présidente à la culture et à la vie sportive et associative de l’Université

de La Rochelle

– Monsieur le doyen André Giudicelli, professeur de droit privé à l’Université de La Rochelle

11H15 : Sous la présidence de Monsieur le doyen André Giudicelli, professeur de droit privé à l’Université de La Rochelle

– Exposé préliminaire : Sommes-nous en présence d’un enfant universel en droit et au cinéma ? par Mesdames Agnès de Luget et Magalie Flores-Lonjou, maîtres de conférences en droit public à l’Université de La Rochelle

– L’enfant-star par Monsieur Jean Tulard, Membre de l’Institut

– Discussion

I – L’ENFANT : DE L’ECRIT A LA PELLICULE

14H : Sous la présidence de Madame Eve Lamendour, maître de conférences en gestion à l’université de La Rochelle

– L’adaptation cinématographique d’un matériau littéraire : De la culpabilité de l’enfant par Monsieur Richard Vidaud, professeur d’anglais en première supérieure au lycée G. Guist’hau de Nantes

– La figure de l’orphelin dans Versailles de Pierre Schoeller (France, 2008) par Madame Carole Desbarats, ancienne directrice des études à la FEMIS, coordonnatrice du groupe de réflexion «Enfants de cinéma», collaboratrice à la revue Esprit

– Une approche du western : Les Fondations sous le regard politique de l’enfant par Monsieur Xavier Daverat, professeur de droit privé à l’université Montesquieu Bordeaux IV

– Discussion

17h30 : Film The damned rain (Gabhricha Paus) de Satish Manwar (Inde, 2008) ( Dragon 1 )

DIMANCHE 4 JUILLET 2010

II – LE CINEMA ET LA PAROLE DE L’ENFANT

9h45 : Sous la présidence de Monsieur Jean-Michel Frodon, critique, journaliste, écrivain, chroniqueur sur slate.fr, ancien journaliste au Monde et rédacteur en chef des Cahiers du cinéma

– La parole impossible : Histoire d’un parricide : l’affaire Pierre Rivière au cinéma par Monsieur Lionel Miniato, maître de conférences en droit privé à l’Université de Toulouse

– La parole recomposée : Le regard de Louis Malle sur l’enfance par Madame Françoise Thibaut, professeur des universités, correspondant de l’Institut

– La parole de l’adolescent dans le cabinet du juge des enfants: Paroles et silences d’adolescents en justice. Des 400 coups à la Vie de Jésus par Madame Laurence Bellon, vice-président du Tribunal pour enfants, Tribunal de Grande Instance de Lille, ancien maître de conférences à l’Ecole Nationale de la Magistrature

– Discussion

III – LE CINEMA REVELATEUR DU STATUT JURIDIQUE DE L’ENFANT

13h30 : Sous la présidence de Monsieur Alain Bergala, maître de conférences à l’Université Sorbonne nouvelle Paris III, enseignant à la FEMIS, critique de cinéma, essayiste, scénariste, réalisateur et ancien rédacteur en chef des Cahiers du cinéma

– La protection de l’enfant : Mendicité et esprit d’entreprise. Retour sur la controverse de Slumdog Millionnaire de Danny Boyle (Etats-Unis / Grande-Bretagne, 2008) par Madame Eve Lamendour, maître de conférences en gestion à l’université de La Rochelle

– L’instruction de l’enfant : la figure de l’instituteur au cinéma par Monsieur Gauthier Jurgensen, membre de la commission de classification des oeuvres cinématographiques et chroniqueur cinéma sur Canal Académie

– L’adoption internationale par Monsieur Serge Sur, professeur de droit public à l’université Paris II

– Discussion

16h30 : Sous la présidence de Madame Françoise Thibaut, professeur des universités, correspondant de l’Institut

– Rapport de synthèse par Jean-Marie Tixier, maître de conférences en littérature et cinéma à l’université Montesquieu Bordeaux IV et Emmanuel Aubin, maître de conférences en droit public à l’université de Poitiers

20h : Film Miel (Bal) de Semih Kaplanoglu (Allemagne / Turquie, 2010) Ours d’or 2010 du Festival de Berlin ( Dragon 5 )

Recupero la información en el archivo del excelente Le Blog Droit et Cinéma, vendredi 25 juin 2010:

http://lesmistons.typepad.com/blog/2010/06/programme-des-iii%C3%A8mes-rencontres-droit-et-cin%C3%A9ma-regards-crois%C3%A9s-consacr%C3%A9es-%C3%A0-lenfant-le-droit-et-le.html

J.C.G.

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Justice Holmes y el Teatro y Cine, con especial recuerdo a Louis Calhern (1895-1956)

Justice Oliver Wendell Holmea Jr. (1841-1935)

Como prometí, aparte de la ‘iconoclastia’ de los jóvenes oxonienses –esas irreverencias no están mal a veces, pienso yo– la posibilidad de encontrar registros escénicos, sean teatrales o cinematográficos, no se agotaba en esa loca versión musical de A Theory of Justice de Jonh Rawls.

Querido recordar aquí que ya en 1946 Broadway se interesó por ‘representar’ a la historia de un jurista tan emblemático como fue el juez Oliver Wendell Holmes Jr.

Se trató de la adaptación teatral del libro Mr. Justice Holmes, de Francis Biddle (New York, Scribner, 1942), realizada por Emmet Lavery con el título de The Magnificent Yankee. Y fue todo un éxito que durante más de 10 meses llenó la platea del Royale Theatre. Luego, el productor de la obra –Arthur Hopkins- acabó vendiendo los derechos a Metro-Goldwyn-Mayer Corp. para la versión cinematográfica, que nuevaente obtuvio extraordinaria acogida de público y crítica.

The Magnificent Yankee Playbill Program February 18, 1946

Entre los asistentes al día del estreno no se contaba Biddle, que había sido secretario personal de Holmes, pues en esas fechas actuaba en las sesiones del Tribunal de Nuremberg como uno de los jueces americanos.

Francis Biddle (1886-1968)

Responsable del éxito resultó muy en particular la personalidad de Louis Calhern, el actor que daba vida al papel biográfico de Mr. Justice Holmes.Tampoco quiero dejar de mencionar la actuación deEduard Franz como Judge Louis Brandeis. Pero de Louis Calhern (1895-1956) conviene decir alguna cosa más.

Louis Calhern (1895-1956)

Calhern había sido hasta entonces un ‘secundario’ de lujo. Yo lo recuerdo en Sopa de ganso (Duck Soup), de 1933, con los impagables Groucho Marx, Harpo Marx, Chico Marx. Pero, sobre todo, en el Julio César de Joseph L. Mankiewicz, junto a Marlon Brando. Calhern asumía en ella a César.

La versatilidad dramática de Calhern era extraordinaria; véase en Los últimos días de Pompeya (1935), de Ernest B. Schoedsack; en Jungla de asfalto (1950), de John Huston, junto a Marilyn Monroe; en El prisionero de Zenda (1952), bajo dirección de Richard Thorpe y compartiendo reparto con Stewart Granger, James Mason y Deborah Kerr;  en Brumas de traición (1954), de Gottfried Reinhardt, con Clark Gable, Lana Turner y Victor Mature, entre otros; en Rapsodia (1954), de Charles Vidor, con Elizabeth Taylor y Vittorio Gassman, o en Semilla de maldad (1955), de Richard Brooks, con Glenn Ford y Sidney Portier, y también en Alta sociedad (1956), creo que su última interpretación, dirigida por Charles Walters y al lado de Bing Crosby, Grace Nelly y Frank Sinatra.

Calhern había intervenido asimismo en La vida de Émile Zola (1937), de William Dieterle, donde no escasean los minutos dedicados al ‘Caso Dreyfuss’.

Por The Magnificent Yankee recibió el Drama League Award.

La adapatación cinematográfica tiene la siguiente ficha técnica:


The Magnificent Yankee (1950)

Director: John Sturges

Producer: Armand Deutsch

Screenplay: Emmet Lavery, based on his play and the book Mr. Justice Holmes by Francis Biddle

Cinematography: Joseph Ruttenberg

Editing: Ferris Webster

Art Direction: Arthur Lonergan, Cedric Gibbons

Original Music: David Raksin

Cast: Louis Calhern (Oliver Wendell Holmes), Ann Harding (Fanny Bowditch Holmes), Eduard Franz (Judge Louis Brandeis), Philip Ober (Owen Wister), Edith Evanson (Annie Gough).

BW-89m. Closed captioning

Magnífico, ciertamente Calhern, pegado a la carne del personaje hasta lo indecible. Su recuerdo permanece.

Oliver Wendell Holmes Jr. c.1930

 

Louis Calhern en The Magnificent Yankee como Oliver Wendell Holmes Jr.

También, en justicia, debo memoria a Eduard Franz (1902-1983) protagonizando a Mr. Justice Brandeis (1856-1941).

 Judge Louis Brandeis

Eduard Franz

Por el Judge Louis Brandeis se interesó, además de esta loca gente de la farándula, un artista como Andy Warhol.

Louis Brandeis. Private collection. The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. Artists Rights Society, New York. Courtesy Ronald Feldman Fine Arts, New York.

¡Qué envidia de actores, de productores y guionistas, de creadores!

¡Y que envidia aún mayor de Jueces!

J.C.G.

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John Rawls & The Music hall

A Theory of Justice: The Musical!

30th January to 2nd February ’13

Keble O’Reilly Theatre, Oxford

AN ALL-SINGING, ALL-DANCING ROMP THROUGH 2,500 YEARS OF POLITICAL PHILOSOPHY

A new musical by
Eylon Aslan-Levy, Ramin Sabi & Tommy Peto

In order to draw inspiration for his magnum opus, John Rawls travels back through time to converse (in song) with a selection of political philosophers, including Plato, Locke, Rousseau and Mill. But the journey is not as smooth as he hoped: for as he pursues his love interest, the beautiful student Fairness, through history, he must escape the evil designs of his libertarian arch-nemesis, Robert Nozick, and his objectivist lover, Ayn Rand. Will he achieve his goal of defining Justice as Fairness?

The world’s first feature-length musical about political philosophy will showcase a script steeped in drama, humour and romance – with a musical score that covers everything from rap battles to power ballads. «A Theory of Justice: The Musical!» will be a light-hearted, tongue-in-cheek, camp and intellectually profound addition to the musical theatre canon.

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TICKETS ARE COMPLETELY SOLD OUT FOR THE ENTIRE RUN

http://www.demproductions.org/#!atojtm/c9dh

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John Rawls 1921-2002

Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, Jan 1, 1971, 607 pp.

No sé que opinaría de todo esto el fino ironista Rawls. Sí estoy seguro que su liberalismo, considerablemente mayor que el de sus émulos -escolásticos discípulos que anhelan superar al maestro y acaban de lleno en la categoría de epígonos- le alejaría de la batahola que algunos de ellos -ruidosos censores- ya han andan organizando.

De cualquier modo, este musical no sería el único que puedan registrar los anales; los escenarios de Broadway y los estudios de Hollywood han movilizado a guionistas para componer el screenplay sobre afamados juristas. Conozco y recuerdo un caso. Pero será mañana cuando lo cuente.

J.C.G.

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Cine y Derecho. Exposición sobre ‘La corrupción’, en la Universidad Autónoma de Madrid

Touch of Elvil (Sed de Mal), 1958, dirigida y coprotagonizada por Orson Welles

Cine y Derecho

Sobre ‘LA CORRUPCIÓN’

He encontrado una web que muy posiblemente interesará a un buen número de seguidores de este blog. Aunque quizá ya muchos la conozcan. Se trata de una exposición sobre ‘La corrupción’ con apoyo en películas y bibliografía general sobre el tema, organizada por la Facultad de Derecho de la Universidad Autónoma de Madrid.

Esta es la dirección: http://biblioteca.uam.es/derecho/exposiciones/cine/corrupcion.html

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Ciertamente ‘autorizada para todos los públicos’.

J.C.G.